elezioni
“Il diritto di voto non rende il cittadino né più intelligente, né più saggio. Né il suffragio universale è il toccasana di tutti i mali. Il congegno elettorale non è che un espediante trovato empiricamente per la prima volta in Inghilterra, mediante il quale la maggioranza degli elettori – del cosiddetto “paese legale” – è chiamata di tanto in tanto a dichiarare se è o no contente dei governanti, e può cambiarli, senza aver bisogno di ricorrere ad atti di violenza rivoluzionaria. Una elezione è una rivoluzione omeopatica, o una rivoluzione risparmiata. E il suffragio universale è semplicemente uno specchio, nel quale si riflette la realtà del momento in cui viene usato. Se gli elettori non conoscono i loro diritti o non sanno che farsene, il suffragio universale produrrà la fine dello stesso suffragio universale. Quando la realtà è barbarica, lo specchio rifletterà una immagine barbarica. La fede nella democrazia rampolla dalla persuasione ottimistica che l’uomo impara a furia di prove ed errori, e se non comincia a provare ed a errare, non imparerà mai; rampolla soprattutto da una robusta fiducia nell’avvennire del proprio paese, e del rispetto che ogni uomo civile deve a se stesso e ai suoi concittadini, anche quando questi sono su una via sbagliata: impareranno sbagliando.
Ma la elezione è un gioco che ha le sue regole. Se una parte dei giocatori o tutti le violano di proposito e se – peggio ancora – il giudice di campo falsifica il gioco, il congegno si mette a funzionar male e alla fine nessuno lo prende più sul serio.
Gaetano Salvemini, 1952
città-porto
“A proposito delle città del Mediterraneo di cui gli esperti dicono che non si sono formate come altrove dai villaggi, ma che invece hanno creato esse stesse dei villaggi attorno a sè e per sè, è già stato praticamente detto tutto: della polis e della politica, di piante e catasti, di costruzioni e stili, di pietre e tagli di pietre, di scultura e architettura, dei templi e dei cerimoniali, degli edifici e delle istitituzioni, di scale, portali, facciate e palazzi, capitelli e castelli, di piazze e fontane, rive e corsi, di strade e di vita che si svolge appunto sulla strada. Le città di mare avevano le proprie forme di governo, i loro cittadini e i sudditi, leggi e prigioni, diplomi e sigilli, bandiere e stemmi. Si distinguono le città con il porto dalle città-porto. Nelle prime i porti sono stati costruiti per necessità, nella altre si sono creati secondo la natura dei luoghi; qui sono una mediazione o un completamento, là l’inizio o il centro; ci sono porti che restano per sempre soltanto degli approdi o ancoraggi, mentre altri diventano palcoscenici e infine mondi. In questi ultimi si raccoglie di tutto e le cose vi affluiscono da ogni dove, si possono raggiungere da terra e vi si accede anche dal mare: si tratta dei porti franchi. Ogni vero porto aspira a diventare franco, ad acquisire e ottenere tutto ciò che serve per tale scopo. I loro saggi abitanti costruivano i lazzaretti e stabilivano i periodi di quarantena. Lungo il Mediterrano spuntavano anche i primi asili per quelli il cui spirito era salpato per il vasto mare o aveva perduto l’ancora.
Possiamo altresì distinguere i porti da altri elelmenti: se sono stati aperti dal corso di un fiume, se l’hanno scelto o imposto le spinte di terraferma o addirittura dell’entroterra o se infine è stato proprio voluto dal mare. La natura del porto dipende dal modo in cui il mare gli sta dentro, dai soggetti cui è accessibile: l’Atlantico o il Pacifico sono i mari delle distanze, il Mediterraneo è il mare della vicinanza, l’Adriatico è il mare dell’intimità. Nei porti franchi si sente meglio la presenza del mare. In essi non si svolgono solo operazioni commerciali o almeno non solo quelle più vantaggiose. (Da alcuni porti delle isole Ionie s’importavano fino a non molto tempo fa solo conchiglie e coralli per le collane delle giovani donne) La credenza che le città sommerse abbiano i loro porti esiste da tempo sul Mediterraneo.”
Predrag Matvejevic, Mediterraneo
un’ombra sui gerani
Molti abitanti di Dachau dissero, alla fine della guerra, che non avevano avuto modo di accorgersi di quello che accadeva appena fuori del paese agli ebrei e ai prigionieri di guerra rinchiusi nelle baracche del lager. Le massaie che si sporgevano tutte le mattine dai loro lindi davanzali per innaffiare i vasi di gerani non vedevano, non potevano vedere, la nuvola di fumo che saliva dal camino del forno crematorio e passava come un’ombra veloce sui loro fiori, perchè esse avevano deciso di non vedere molto tempo prima, quando con il loro voto avevano scelto la cultura della violenza.
E’ vero che “dopo” è difficile opporsi: la debolezza umana è comprensibile, l’informazione è sovente manipolata, la possibilità di organizzarsi all’opposizione quasi nulla. Ma nel 1933, quando i nazionalsocialisti non erano ancora al potere, sarebbe bastata una sensibilità per i valori del tipo di quella che i rituali dei pigmei e dei cacciatori siberiani custodiscono in sè. Sarebbe stato sufficiente, allora, saper discernere i principi posti alla base di quella particolare proposta politica, per poi essere in grado di vedere a quali esiti essa avrebbe condotto.
Forse la maestra di scuola, il lattaio, il postino di un posto come Dachau non immaginavano ciò che O’Brian, esperto polico, sapeva benissimo: esistono differenti, anche opposti, modi di concepire la società. Forse la maestra e il lattaio credevano che l’ordine fosse uno solo, quello che permette di stare tranquilli e farsi gli affari propri. Eppure Hitler aveva chiarito in anticipo quale sarebbe stato il suo nuovo ordine. Lo aveva descritto con precisione in un libro che fu letto da molti, Mein Kampf. Perchè il suo programma di guerra e di sterminio non fu respinto? Perchè molte, troppe persone credettero che le sue fossero “solo parole”?
Le parole trasmettono valori. Esse ci educano, come disse Peirce. Non dimentichiamolo quando vediamo al telegiornale rauchi arruffapopoli che minacciano la guerra civile ogni volta che rischiano di perdere un brandello del loro potere. Non dobbiamop pensare che le loro siano “solo parole”. Le parole pesano. Chi usa parole gonfie di violenza o di minaccia, nello stadio come in un consiglio comunale, dichiara guerra ai valori di una società decente. Quante persone, quando vanno allo stadio, sono realmente consapevoli del significato culturale dei loro atti?
Giuseppe Mantovani, L’elefante invisibile
one vision – queen
“God works in mysterious ways,
mysterious ways”
One man one goal one mission,
One heart one soul just one solution,
One flash of light yeah one God one vision
One flesh one bone
one true religion
One voice one hope
One real decision
Wowowowo gimme one vision
No wrong no right,
I’m gonna tell you there’s no black and no white,
No blood no stain
All we need is one world wide vision
One flesh one bone
One true religion
One voice one hope
One real decision
Wowowowo oh yeah oh yeah oh yeah
I had a dream
When I was young
A dream of sweet illusion
A glimpse of hope and unity
And visions of one sweet union
But a cold wind blows
And a dark rain falls
And in my heart it shows
Look what they’ve done to my dream
So give me your hands
Give me your hearts
I’m ready
There’s only one direction
One world one nation
Yeah one vision
No hate no fight
Just excitation
All through the night,
It’s a celebration wowowowo yeah
One flesh one bone
One true religion
One voice one hope
One real decision
Gimme one night
Gimme ione hope
Just gimme
One man one man
One bar one night
One day hey hey
Just gimme gimme gimme
One vision
Fried chicken!
bahia e dintorni
Sabato, 12 giugno 2010, ore 21.00
Mandarina Quartet “Bahia e dintorni”
Cristina Alioto, voce
Mauro Avanzini, flauto e sassofono
Leo Izzo, chitarra
Silvia Fazzi, percussioni
Marina Genova Aeroporto,Via Pionieri ed Aviatori d’Italia – Genova Sestri Ponente
Inizio concerto ore 21.00
Ingresso e parcheggio libero
Per informazioni e contatti : info@jazzlighthouse.it – 3494259796 – 3394337476
Un quartetto di musica brasiliana e non solo…dove del Brasile si prediligono chorinho, afoxé, samba e compositori come Hermeto Pascoal, Egberto Gismondi, Milton Nascimento, … ma anche bossa nova e oltrepassando il paese, si arriva al tango ma visto con gli occhi di Enrico Rava ed altre composizioni in bilico tra la musica popolare di tradizione e il jazz. Una musica che coinvolge e diverte non soltanto gli intenditori ma anche coloro che sono a digiuno di tutto.
Cristina Alioto.
Cantante, ricercatrice della voce, musicista. Ha studiato con Germana Giannini. Ha seguito corsi con Amelia Cuni, Elena Ledda, Luigi Bonafede, suonato con Pietro Leveratto, Antonello Salis, Alberto Capelli, Lauro Rossi, Roberto Cecchetto, Andrea Melani, Mauro Avanzini…. Collaborato con la danzatrice Annalisa Maggiani. Ha lavorato all’interno del “Teatro della voce” di Bologna, portando avanti la ricerca sull’espressione vocale. Nel 2000 da vita al progetto corale “voci di Cora” con un repertorio di musica etnica. Sempre nel 2000 ha inciso per la Felmay il cd “La volta del suono”. Partecipa per anni alla scuola di samba “Batebalengo” di La Spezia. E’ voce solista del gruppo Viramundo che lavora sulla musica brasiliana, le liriche di Pessoa ed il jazz contemporaneo. Dal 2006 entra a far parte del gruppo “Les Anarchistes” dopo aver partecipato comunque già in precedenza alle registrazioni dei loro dischi come ospite. Opera inoltre all’interno del collettivo “Fluxloft” di Sarzana come cantante e sassofonista, lavorando sul jazz e sulla musica improvvisata; allo stesso modo partecipa al progetto “Area” portato avanti dal collettivo “Bassesfere” di Bologna. Per il teatro stabile di Genova, ha lavorato come cantante, musicista all’interno dello spettacolo “India” di Mara Baronti.
Mauro Avanzino.
Alto sassofonista,flautista,compositore. Principalmente autodidatta, comunque per un periodo studia con Pietro Tonolo e frequenta vari corsi di musica d’insieme con Enrico Rava, Steve Lacy e Dave Liebman. Ha collaborato con importanti musicisti sia suonando in numerose rassegne nazionali ed europee, sia registrando dischi (Paolo Silvestri, Pietro Leveratto, Fabrizio Puglisi, Mauro Grossi, Luca Flores, Naco, Paolo Fresu, Alfred Kramer, Giovanni Maier, Roberto Cecchetto, Enrico Pierannunzi, Furio Di Castri, Raiz, Pietro Tonolo, Michele Rabbia, Antonello Salis….). Ha scritto molte composizioni. Si possono trovare principalmente nei dischi:Axmo quartet “il sogno del tarlo”1987Strani itineranti “zoom”per Amnesty International 1993Avanzini, Capurro ,Lugo, Alioto “La volta del suono” Felmay 2000Viramundo “Viramundo” 2001Strani Itineranti “ Strani itineranti” Bassesferec 2001Claudia Tellini quartet “Valzer in bianco e nero” 2002Ghost five “ Piccola lacrima blu”2007
Fazzi Silvia.
Approccia il mondo delle percussioni brasiliane nel 2006, sotto l’egida della batucada spezzina BateBalengo. Partecipa a vari seminari di studio di ritmi afro-brasiliani (tenuti da: Luis Agudo, Kal dos Santos, Francesco Petreni, Gilson Silveira, Lorenzo Gasperoni, Marivaldo Paim, Patino – Ile Aye, Stéphane Jaglowsky – Ens’Batucada). Partecipa all’edizione 2007 del Féstival Répercussion di Monleon-Magnoac tra le fila del BlokoBalengo e ad altri SambaIncontri italiani (tra cui: BalengoParade-2006, Vico d’Elsa-2007 e 2009, PalaronFanFestival 2008, TerreDelSamba 2008). Nel 2009 entra a far parte della neonata Banda Civica sarzanese D.Cortopassi (diretta dal maestro U.Marsilla) come percussionista-batterista.
è morto edoardo sanguineti
Edoardo Sanguineti è morto questa mattina all’ospedale Villa Scassi di Sampierdarena. Aveva 79 anni. Poeta, autore teatrale, saggista, critico, era stato uno degli esponenti di punta del Gruppo ‘63, fondato insieme ad Angelo Guglielmi. Dal 1974 aveva iniziato l’attività di docente all’Università di Genova. Intellettuale di spicco del Novecento italiano, si era più volte avvicinato alla politica: l’ultima, con la corsa alle primarie del 2007. Giovedì avrebbe dovuto inaugurare a Palazzo Ducale il Festival del pensiero comico.