siamo in guerra con la svizzera?
articolo pubblicato dal sito di economia e finanza Bluerating Funds & Investments, e riportato da Dagospia:
Dopo le incursioni nelle filiali delle banche elvetiche la situazione diplomatica con la Svizzera è precipitata. Gli abitanti di Chiasso sono chiamati dalle autorità locali a collaborare per smascherare le spie italiane e dalle colonne dei giornali si minaccia il governo Berlusconi: “Se parlassimo, il governo cadrebbe in 24 ore”.
Clima da guerra fredda tra Italia e Svizzera e come nei migliori film hollywoodiani ci sono di mezzo anche le spie.
Gli abitanti di Chiasso, cittadina svizzera al confine con l’Italia, sono stati chiamati ufficialmente a collaborare con le autorità locale per smascherare gli investigatori del Fisco italiano che agiscono sul suolo svizzero.
L’iniziativa del comune ticinese è seguita a diverse segnalazioni su attività d’inchiesta non autorizzate che sarebbero ora in corso nella città.
Ieri il consigliere di Stato del Ticino, il liberale radicale Gabriele Gendotti, ha dichiarato che agenti italiani effettuano operazioni di spionaggio sui treni, ma ha aggiunto di non essere meravigliato dalle incursioni delle Fiamme gialle, giustificate dal bisogno di denaro da parte del governo italiano, alle prese con una grave crisi economica e con un forte indebitamento.
Il consigliere ha puntato il dito contro lo scudo fiscale, che viola le regole della libera circolazione dei capitali e le direttive europee sul riciclaggio di denaro.
Dopo la situazione di aperta tensione con la Confederazione Elvetica, la recente incursione alle 76 filiali di banche svizzere ha definitivamente rotto l’equilibrio italo-svizzero, catapultando la situazione politica in un contesto non troppo dissimile dal rapporto tra Stati Uniti e Russia alla vigilia della fine del secondo conflitto mondiale.
Non ci resta cha aspettare che venga eretto un muro sul confine con la Svizzera?
In realtà siamo già a buon punto, visti i metodi utilizzati dalle autorità italiane, che effettuano controlli serrati alle frontiere, piazzano telecamere ai valichi e, soprattutto, “eseguono odiose incursioni nelle filiali nel nostro paese”, denunciano gli svizzeri.
La Confederazione, inoltre, si lamenta del fatto che l’Italia non si sia allineata alla decisione dell’Ocse di cancellare Berna della lista grigia dei paradisi fiscali e continuano i negoziati bilaterali per raggiungere un nuovo accordo di doppia imposizione.
Di fronte all’indignazione elvetica il ministro degli esteri italiano Franco Frattini minimizza il tenore dei problemi con Berna.
“L’Italia non ha alcun problema con la Svizzera. Abbiamo un’eccellente relazione, il resto è una questione interna di investigazione della Guardia di finanza che ha eseguito gli ordini impartiti”.
Ma da quello che sembra i rapporti, almeno da parte elvetica, non sono così “eccellenti”. Le minacce al governo italiano si susseguono, e di nuovo si gioca la carta del ricatto: “Non c’è politico o esponente dell’economia italiana che non abbia un conto in Svizzera”, ha dichiarato un banchiere svizzero rimasto anonimo, ex direttore con anni di esperienza alle spalle presso una delle più grandi banche in Ticino.
“Se io parlassi, il governo italiano cadrebbe in un giorno”, ha minacciato dalle colonne del giornale svizzero-tedesco Blick, che ricorda la misteriosa ascesa di Berlusconi e il ruolo decisivo della piazza finanziaria ticinese.
“Grazie al silenzio degli avvocati e delle banche ticinesi”, si legge sul Blick, “non è ancora chiaro da dove sono arrivati i milioni che hanno permesso il sorgere del suo impero costruito attorno alla Fininvest”.
la guerra delle due leghe
Da colloqui telefonici intercorsi in data 28 ottobre 2009 tra esponenti della Lega dei Ticinesi e della Lega Nord, tra cui Umberto Bossi e lo stesso Giulio Tremonti, appare sempre più chiaro che l’Italia, nelle sue azioni ostili nei confronti della Svizzera, non ha capito quale sia la posta in gioco per la stessa Penisola, e neppure ha capito che con il raid effettuato il 27 ottobre in 76 filiali di banche svizzere in 9 Regioni, ha irrimediabilmente compromesso le relazioni tra i due Stati.
Infatti il raid del 27 ottobre ha portato l’Autorità federale a convocare l’ambasciatore italiano, alzando i toni (cosa che avrebbe dovuto essere fatta da tempo).
L’evento ha avuto ampia risonanza mediatica nazionale e ora anche Oltregottardo politici e popolazione sono a conoscenza di ciò che ignoravano: ossia che l’Italia ha iniziato una vera e propria campagna di guerra (economica) contro la Svizzera.
A seguito del raid italiano, dunque, la questione dello scudo fiscale ai danni del nostro Paese ha finalmente assunto quella portata nazionale che finora non aveva.
Nel citato colloquio telefonico con Bossi e Tremonti è stato confermato il disperato bisogno di denaro della vicina Penisola.
Occorre rilevare che fino ad ora, da parte della Svizzera, nei confronti dell’Italia non è stata posta in essere alcuna misura di ritorsione, ma tali misure sono state solo minacciate. Da martedì 27 ottobre, a seguito del raid di cui sopra, e della conseguente portata nazionale assunta dal caso, la concretizzazione di una controffensiva appare assai più vicina.
A questo punto riteniamo che all’autorità italiana vada fatta un’ultimissima offerta, da accettare con la formula del “prendere o lasciare”. Ossia, l’applicazione alla Svizzera dell’accordo sullo scambio di informazioni che l’Italia ha stipulato con la Gran Bretagna nel 2002. Non si vede motivo per cui l’Italia dovrebbe rifiutare; non si vede, in altre parole, motivo per cui ciò che va bene nelle relazioni con la Gran Bretagna non possa andare bene anche in quelle con la Confederazione.
A seguito di ciò, la Svizzera deve inoltre essere tolta da ogni e qualsiasi “black list”.
Tale offerta deve essere accettata entro il 30 novembre pv.
Se questo non accadrà, la Svizzera dovrà mettere in atto tutte le misure di ritorsione possibili nei confronti dell’Italia, misure che abbiamo già avuto modo di indicare e che possono essere sempre implementate (l’elenco non è infatti da intendersi come esaustivo), nei seguenti ambiti:
- Sospensione della libera circolazione delle persone con pesantissime conseguenze occupazionali su frontalieri, padroncini, distaccati, ecc.
- Blocco alle frontiere dei TIR UE in transito
- disdetta unilaterale dell’euroritenuta
- trattenimento su territorio elvetico del totale delle imposte prelevate ai frontalieri
- revoca degli importanti appalti pubblici (vedi AlpTransit) recentemente ed assurdamente attribuiti ad imprese e consorzi italiani
- Chiusura delle filiali italiane delle banche svizzere (con conseguente licenziamento dei dipendenti)
- Revoca immediata di tutte le collaborazioni transfrontaliere
- martellamento politico sulla piazza finanziaria ticinese affinché i dipendenti italiani siano i primi e gli unici a venire licenziati in seguito alla perdita di posti di lavoro provocata dallo scudo
- annullamento di tutte le rogatorie con l’Italia
- eccetera.
L’Italia, è evidente, non ha fatto alcuna valutazione dei rapporti costi/benefici dell’operazione scudo fiscale, ritenendo forse che la Svizzera avrebbe subìto senza reagire. Purtroppo ci è fin troppo facile intuire su quali basi – anni di politica internazionale improntata al cedimento incondizionato su tutta la linea – si possa essere formata tale convinzione.
Al governo italiano va invece chiarito che gli conviene scendere a più miti consigli ed accettare la proposta di applicare anche alla Svizzera l’accordo sullo scambio di informazioni stipulato con la Gran Bretagna: in caso contrario, il danno che deriverà alla vicina ed ex amica Penisola sarà assai più grande dei benefici che il ministro Tremonti spera di ottenere con lo scudo.
Lega dei Ticinesi
riporto senza parole nè commento questo articolo pubblicato da ticinolibero.ch
sante e puttane
dal libro Fenomenologia di Berlusconi, di Pierfranco Pellizzetti
Secondo il parere di un vitellone italiano standard, le donne si suddividono in due sole categorie: le sante (generalmente la mamma) e le puttane (sostanzialmente tutte le altre). E Berlusconi è il tipico vitellone italiano, nella sua più smaccata declinazione padana. Devozione alla mamma inclusa.
Difatti, se il papà Luigi risulta nient’altro che una sorta di ectoplasma, la cui presenza viene evocata ben raramente (al massimo in occasione della coppa calcistica agostana a lui dedicata), mamma Rosa Bossi è una figura importante del pantheon berlusconico. Tanto da essere stata ripetutamente utilizzata in operazioni propagandistiche. Quasi sino alla sua fine terrena. Nella migliore tradizione di quelle truci dinne padane che, nell’immediato secondo dopoguerra, presidiavano con la doppietta sul braccio l’officina o la fabbrichetta del marito; fornteggiando a muso duro (molto Signora della prateria) maestranze e sindacalisti venuti a minacciare la roba di famiglia.
Poi ci sono – appunto – tutte le altre. Donne oggetto, nei cui riguardi millantare mirabilie machiste ed “erezioni decennali”. Soprattutto quando l’età e le vicissitudini (tipo operazioni alla prostata) indurrebbero a prefigurare il contrario. Alimentando leggende che si intensificano e ingrandiscono più il peso degli anni si mostra evidente.
Domenica 5 ottobre 2008. Sorpreso (ma sarà poi casuale?) alle sei e un quarto del mattino da un cronista davanti all’uscita di una discoteca milanese in compagnia di alcune ragazze, il settantaduenne capo di un governo che si trova ad affrontare la più grave crisi finanziaria dell’Occidente dal 1929, non rinuncia alla fanfaronata quotidiana: “se dormo tre ore, poi ho ancora energia per fare l’amore per altre tre”.
Vagamente necrofilo, soprattutto per l’ipotetica sventurata partner, a rischio di ritrovarsi improvvisamente accanto il corpo dell’arzillo Matusalemme fulminato nello sforzo e – conseguentemente – trasformato dal rigor mortis in baccalà. Un po’ quanto stava per capitare all’Umberto Bossi, che – “facendo le corna” – ha rischiato letteralmente di tirare le cuoia (e ogni riferimento a una statuaria quanto navigata soubrettina è puramente casuale).
Comunque, vanteria che mescola al vitellonismo nazionale una buona dose di quel mussolinismo che fa parte irrinunciabile della mentalità mascula nostrana. Il Duce che precetta: “amare le donne, amare la velocità, amare le donne in velocità” (anche se resta da stabilire quanto tali donne apprezzino una performance così frettolosa, che ha tutta l’aria di ridursi alla solita, ben poco gratificante, “sveltina”).
Decenni di femminismo e di appassionanti discussioni sulla liberazione della donna sembrano passati invano. La signora – secondo consolidata tradizione – non è autorizzata dalla mentalità ancora prevalente a evadere dal mero ruolo di riproduttrice. “Santa”, se tutto si svolge entro mura domestiche benedette dall’istituzione matrimoniale, ovviamente celebrata da Santa Romana Chiesa; “puttana” in tutti gli altri casi.
Un modo di pensare ancorato ai più sconfortanti stereotipi patriarcali, così rozzamente arcaico che si poteva sperare fosse stato definitivamente relegato nelle cantine e nei solai del non rimpianto passato, ma che ora ritorna in tutta la sua compiaciuta rozzezza nella restaurazione in atto a livello mondiale. In particolare nella visione del mondo berlusconiana.
Il fatto sorprendente è che una quantità considerevole di donne – alla stregua di vere “Zie Tom” collaborazioniste del padrone schiavista – lo trovino condivisibile.
inquinamento cinese
altre foto su www.zoomingin.net
Shizuishan, distretto industriale nella provincia di Ningxia, le alte ciminiere buttano fuori il fumo e polvere. I residenti cercano riparo per la polvere che cade dal cielo. 22 aprile 2006

